Ogni tanto capita di fermarsi un attimino per cercare di capire perchè si è tanto depressi sulla situazione del proprio paese e ci si sente perennemente sconfitti e alieni al mondo. Si comincia ad analizzare il perchè, il come, il quando si è cominciato a cadere giù. Questo tipo di ricerca è però molto pericolosa.

In effetti si rischia doppio. O si capisce il perchè della situazione, e questo potrebbe deprimerci ancor di più provocando una reazione a spirale che ci condanna a una crescente depressione, oppure, una volta acquisita la giusta consapevolezza sulle ragioni profonde che ci causano malessere si cerca, alle volte andando necessariamente un po contro la propria natura, di “risolvere” la situazione, e questo andare contro natura, naturalmente, fa male, oltre a essere una pratica molto difficile e onerosa.
La cosa tragica avviene quando ci si ritrova a vivere le due situazioni appena descritte una appresso all’altra.

Comunque sia comiciano a frullare nella mente strane domande: ma perchè, chi vuole che le cose siano così, perchè nessuno riesce a risolvere questa situazione, fino a a quando dobbiamo penare, perchè Dio permette tutto questo…etc etc. Poi appaiono le prime “risposte”: è colpa del sistema, è colpa del politico, è colpa della società, è colpa di questo e di quello…etc etc

Ribellione

Una volta che ci si è dati questo tipo di risposte ad alcuni dei “perchè” che ci fanno sentire male si ha la impellente voglia di mandare tutti a quel paese, di spaccare qualche testa e scappare il più lontano possibile dalla sorgente dei nostri mali. Insomma: nasce quel sentimento di vendetta che come primissimo risultato ci rende molto antipatici verso gli altri con la conseguenza che quella sensazione di esser soli al mondo cresce a dismisura. E ci si ritrova soli per davvero. Il problema sono solo gli altri, e noi si deve scappare per salvarci. Frase tipica di questa fase: “Ma perchè tutti non capiscono e non reagiscono? Perchè non si svegliano? Perchè solo io mi faccio il sangue marcio. Meglio che me ne vado e li lascio morire tutti. Io non sono come loro”

La scoperta

Un giorno però ti svegli e vieni folgorato sulla via per Damasco e ti rendi conto di far parte del problema, da sempre. Ti rendi conto che oltre a farne parte tu ne fanno parte tutte le persone che ti stanno vicino sin dalla nascita, e quindi non puoi chiedere aiuto a nessuno. Ora è chiaro che in una situazione in cui tu e tutti intorno a te siete zoppi dalla nascita e non avete mai visto un uomo normodeambulante si è portati a credere che lo status di zoppo sia quello “normale”, anche se fa male. Ma se disgraziatamente scopri anche solo alcuni dei veri “come e perchè” del tuo malessere allora sotto i tuoi piedi ti si apre una voragine. E qui, se non vuoi mettere la testa sotto terra come uno struzzo, o se non ti piace mantenere la tua triste situazione (si, a volte piace mantenere lo stesso modo di subire le cose…) ti devi reggere ben forte, e cercare di sopportare quei colpi che più passa il tempo e più saranno forti, soprattutto per il tuo amor proprio.

La depurazione

Alcune persone nascono fortunate. Queste persone ogni tanto si stancano di restare sempre nella stessa misera condizione di ribellione che li costringe però a convivere sempre con quel certo malessere che, seppure ora ha un nome e un cognome, continua a far male e a crescere a dismisura “azzoppando” sempre più la persona che ne è colpita. Il solo fatto di limitarsi ad additare il problema tirandonese fuori è causa del continuo malessere.
Ma come detto ogni tanto un po di fortuna ci permette di “stancarci” e scoprire qualcosa in più al di “qua” del nostro naso. E più ci si stanca e più nasce spontanea la voglia di non far parte più del problema (scappare dallo stesso non significa non farne più parte…), ma cercare, in qualche modo, di far parte della soluzione.

La costruzione

La sensazione dominante in questa fase è quella di essere ancora una volta soli e terribilmente piccoli. Questo è un momento delicato perchè potrebbe portare a un’altra reazione a spirale che ciclicamente ci riporta al punto di partenza (la ribellione), con l’aggiunta che oltre al male originario nasca anche una prepotente frustrazione, causa di altri mali. Il modo migliore per non cadere di nuovo giù è quello di cominciare e proseguire incessantemente a “costruire” qualcosa di nuovo su di noi. Ci si impegna per dare un po più sostanza ai nostri pensieri, alle nostre idee. Si comincia a mettere a uno a uno dei piccoli tasselli che “rinforzano le nostre spalle”. Qualcosa che ci aiuti a reggere i colpi che giornalmente ci vengono inferti. Qualcosa che ogni mattina faccia rinascere dalle ceneri quel pezzetto di noi che è stato ucciso il giorno prima.

La “de-solitudine”

E’ strano. Molto strano. Ma il detto “nuddu si pigghia se nun s’assumigghia” è un proverbio che va oltre al contesto nuziale. Facciamoci caso. Quando si è tristi e depressi si ha la tendenza a ritrovarsi in mezzo a persone tristi e depresse. Quando ci si ribella si ha la tendenza a ritrovarsi coinvolti in gruppi “ribelli”, che però spesso non fanno altro che limitarsi a puntare il dito contro il male senza rendersi conto che si fa parte del male stesso, e del suo gioco…
Quando si comincia a “ricostruirci” (dando un po di sostanza alla nostra ribellione…) con l’obiettivo di fare qualcosa di utile che ci faccia cambiare lo status da “facente parte del problema” a “facente parte della soluzione”, ebbene…si comincia a incontrare gente che sta facendo la stessa cosa tua. Magia!!! La sensazione di solitudine comincia a vacillare. Le spalle cominciano a essere un po più forti, e le continue coltellate giornaliere ricevute dal sistema che non ci piace cominciano a far meno male.
Arrivare a questo punto è una gran cosa. Non semplice. Ci vogliono anni e anni di bocconi amari, di sconfitte, di lotta contro tutto e tutti. Ma se ci si arriva è un buon punto di inizio per non far parte più del problema.

La battaglia

Quella vera. Se è vero che da soli non si va da nessuna parte è anche vero che se non si ha qualcosa di concreto, solido e netto da offrire e da mettere a disposizione a soluzione del problema che si vuole risolvere, del fatto che si faccia parte di un gruppo di persone che bene o male la pensano come noi sul come risollevarsi con le proprie gambe, non serve a un gran che.
Viviamo ancora in un periodo (nonostante la storia ci indichi altre vie), specialmente qui in Italia e a maggior ragione nelle regioni del sud come la Sicilia, in cui si è sempre alla disperata ricerca del leader, colui che è in grado di risolvere con la sua bacchetta magica gli status di malessere continuo nella quale sguazziamo.
Questo è il modo migliore per continuare a uccidersi ogni giorno che passa: aspettare il messia o peggio ancora rimettersi totalmente al nuovo messia di turno, dimenticandosi di avere una testa attaccata al collo, dell’amor proprio, e soprattutto dimenticandosi che non esistono dei in terra che ci rendono felici a priori.
Ognuno di noi, almeno quelli che hanno cercato un nuovo modo di porsi nella società, ha in se delle grandi possibilità per cambiare in meglio il posto in cui vive. La chiave di volta è non cercare di caricarsi il mondo sulle proprie spalle, ma cercare di condividere il peso con altre persone che tentano ogni giorno di rialzarsi con le proprie forze, senza aspettare la manna dal cielo, mettendosi in prima linea senza aspettare che sia qualcun altro che risolva la situazione. Farsi esempio concreto del cambiamento. Insomma. Vivere in prima persona il cambiamento per poi proporlo al resto del mondo.

Questo è un po un raccontino sul come reinventarsi per vivere un po meglio. Ci sarebbero milioni di altre cose da dire, ma il tempo non è ancora maturo. Concludiamo con un simpatica sequenza delle mitiche frasi che giornalmente uccidono migliaia di persone relegandole a un ruolo di spettatrici della loro vita.

Ma chi ti credi di essere. Non sei nessuno per dirci quello che si potrebbe fare.
Di solito viene detta da colui al quale è stato toccato il classico “nervo scoperto”, che con un impeto causato più da frustrazione che da altro, cerca di salvare il suo “buon nome” tentando di distruggere in modo abbastanza sleale le tesi che gli si sono rivoltate contro. E’ in genere il modo migliore e più semplice per sfuggire a un possibile cambiamento cercando di mortificare colui che avrebbe potuto indicare una buona via.

Non puoi farci niente se il mondo va così.
Tipico atteggiamento remissivo e molto ambiguo. Spesso chi se ne esce con queste frasi ha la sfrontatezza di lamentarsi pure. Al pari di un evasore fiscale che si lamenta del fatto che lo stato non gli da contributi per la sua attività…

Avere degli ideali, credere in qualcosa è bello. Ma gli ideali non danno il pane. Non è con i bei ideali che si cambiano le cose.
Questa è una dele frasi più sporche che ogni giorno massacrano la voglia di mettersi in gioco di molti. Bisogna guardarsi attentamente da chi le pronuncia. Di solito sono persone imbevute di luoghi comuni, quelli che segano le gambe senza appello…

Alla fine sono sempre i più forti che comandano.
Certo. Ma alla fine sono sempre i più deboli a decidere di rimanere deboli continuando a dare forza e sostanza ai più forti.

Non posso mettermi a fare il salvatore della patria. Non ne sono capace, non ho la forza di farlo.
Tipica reazione negativa di chi ha preso la posizione che “il male sono gli altri, io non voglio far parte di questi altri”. Forse solo gli anni gli permetteranno di stancarsi di questa condizione. Di solito sono persone molto pericolose. Col loro pessimismo remissivo sono capaci di spezzare le ali anche al falco più tenace.

Vabbè. Tanto non cambia mai niente.
Se per primi noi non cambiamo è naturale che non cambierà mai niente, ma la colpa non è da ricercare altrove…

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